Notice: Function _load_textdomain_just_in_time was called incorrectly. Translation loading for the post-duplicator domain was triggered too early. This is usually an indicator for some code in the plugin or theme running too early. Translations should be loaded at the init action or later. Please see Debugging in WordPress for more information. (This message was added in version 6.7.0.) in /home/chapellens/www/wp-includes/functions.php on line 6114
1700 anni dal Concilio di Nicea: opportunità e sfide per l’ecumenismo – Sanctuaire Sainte-Rita

1700 anni dal Concilio di Nicea: opportunità e sfide per l’ecumenismo

Le questioni dottrinali affrontate dal Concilio di Nicea, riassunte nella “Dichiarazione dei 318 Padri”, sono soprattutto di importanza ecumenica. In essa, i Padri professarono la loro fede in “un solo Dio, il Padre Onnipotente, Creatore di tutte le cose visibili e invisibili; e in un solo Signore Gesù Cristo, l’unico Figlio di Dio, generato dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre. Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero; generato e non creato, consustanziale al Padre; per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose in cielo e in terra”. E nella lettera del Sinodo agli Egiziani, i Padri annunciarono che il primo e vero oggetto di studio era il fatto che Ario e i suoi seguaci erano nemici della fede e contrari alla legge, e affermarono quindi di aver deciso“di comune accordo di pronunciare un anatema contro la sua empia dottrina e contro le bestemmie che egli avanza contro il Figlio di Dio”.

In un’intervista al Cardinale Koch, Prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, Vatican News del 18 gennaio 2025 ci offre una prospettiva insolita.

Queste affermazioni definiscono il contesto del credo formulato dal Concilio, che professa la fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio, “consustanziale al Padre”. Il contesto storico è quello di una violenta disputa scoppiata all’interno della cristianità dell’epoca, in particolare nella parte orientale dell’Impero Romano; all’inizio del IV secolo, la questione cristologica era diventata la questione cruciale per il monoteismo cristiano. La controversia ruotava principalmente intorno alla questione di come conciliare la professione di fede cristiana in Gesù Cristo come Figlio di Dio con la fede altrettanto cristiana in un unico Dio nel senso della confessione monoteista.

Il teologo alessandrino Ario, in particolare, sosteneva un monoteismo rigoroso in linea con il pensiero filosofico dell’epoca e, per mantenere tale monoteismo rigido, escluse Gesù Cristo dal concetto di Dio. Da questa prospettiva, Cristo non poteva essere il “Figlio di Dio” nel vero senso del termine, ma solo un intermediario utilizzato da Dio per la creazione del mondo e per la sua relazione con gli uomini. I Padri conciliari rifiutarono questo modello di rigido monoteismo filosofico diffuso da Ario, opponendogli il credo secondo cui Gesù Cristo, in quanto Figlio di Dio, è “consustanziale al Padre”.

Usando il termine “homoousios”, i Padri conciliari hanno voluto esprimere il mistero più profondo di Gesù Cristo, di cui la Sacra Scrittura testimonia che è il Figlio fedele del Padre, con il quale è intimamente unito nella preghiera. Infatti, è nella preghiera che Gesù appare più chiaramente come il Figlio del Padre celeste. Nel Nuovo Testamento, è soprattutto l’evangelista Luca a presentare Gesù nella sua vita terrena come il Figlio di Dio in costante preghiera, il cui nucleo esistenziale è il dialogo con il Padre celeste e il vivere con Lui in profonda unità. Gesù visse talmente tanto nella preghiera e dalla preghiera che tutta la sua vita e la sua opera possono essere definite come un’unica preghiera. Senza questo atteggiamento di preghiera, è assolutamente impossibile comprendere la figura di Gesù Cristo. È proprio questo che i Padri del Concilio di Nicea hanno compreso con grande sensibilità, utilizzando il termine“homoousios” per offrire la giusta interpretazione della preghiera di Gesù e una lettura più profonda della sua vita e della sua morte, segnata in ogni momento dal dialogo con il Padre.

Con il termine “homoousios“, il Concilio di Nicea non“ellenizzò” la fede biblica sottoponendola a una filosofia estranea, ma colse l’incomparabile novità che si era resa visibile nella preghiera di Gesù al Padre. Piuttosto, fu Arius a conformare la fede cristiana al pensiero filosofico del tempo, mentre il Concilio di Nicea riprese la filosofia del tempo per esprimere ciò che era caratteristico della fede cristiana. Nel Credo niceno, il Concilio parlò ancora una volta come Pietro e con Pietro a Cesarea di Filippo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16:16).

Il credo cristologico del Concilio divenne la base della fede cristiana comune. Il Concilio è particolarmente importante perché si svolse in un’epoca in cui il cristianesimo non era ancora stato lacerato dalle numerose divisioni che sarebbero seguite. Il Credo niceno è comune non solo alle Chiese orientali, alle Chiese ortodosse e alla Chiesa cattolica, ma anche alle comunità ecclesiali nate dalla Riforma; la sua importanza ecumenica non va quindi mai sottovalutata. Infatti, per ripristinare l’unità della Chiesa, è necessario che ci sia accordo sui contenuti essenziali della fede, non solo tra le Chiese e le comunità ecclesiali di oggi, ma anche con la Chiesa del passato e, in particolare, con la sua origine apostolica. L’unità della Chiesa si basa sulla fede apostolica, che viene trasmessa nel battesimo e affidata a ogni nuovo membro del Corpo di Cristo.

Il fondamento dell’ecumenismo spirituale cristologico

Poiché l’unità può essere trovata solo nella fede comune, la confessione cristologica del Concilio di Nicea sembra essere il fondamento dell’ecumenismo spirituale. Si tratta, ovviamente, di un pleonasmo. L’ecumenismo cristiano o è spirituale o non è ecumenismo. Ecco perché il Decreto sull’Ecumenismo del Concilio Vaticano II definisce l’ecumenismo spirituale come “l’anima di ogni ecumenismo” (UR, n. 8). Questo era già evidente agli albori del movimento ecumenico, con l’introduzione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, essa stessa un’iniziativa ecumenica. Fin dalle sue origini, il movimento ecumenico è stato un movimento di preghiera. È stata la preghiera per l’unità dei cristiani a spianare la strada al movimento ecumenico.

La centralità della preghiera sottolinea il fatto che l’impegno ecumenico è soprattutto un dovere spirituale, intrapreso nella convinzione che lo Spirito Santo porterà a compimento l’opera ecumenica che ha iniziato e ci indicherà la strada. Questo è particolarmente vero quando l’ecumenismo spirituale viene concepito e attuato come ecumenismo cristologico, di cui il Concilio di Nicea rappresenta un solido fondamento. Il cuore dell’ecumenismo cristiano risiede nella conversione comune di tutti i cristiani e di tutte le Chiese a Gesù Cristo, nel quale l’unità ci è già stata donata. L’ecumenismo cristiano può fare progressi credibili solo se i cristiani tornano insieme alla fonte della loro fede, che può essere trovata solo in Gesù Cristo, come professato dai Padri del Concilio di Nicea.

In questo modo, l’ecumenismo cristiano corrisponde più profondamente alla volontà del Signore, comune a tutti i cristiani, che nella sua preghiera sacerdotale ha pregato per l’unità dei suoi discepoli: “Perché tutti siano uno” (Gv 17:21). Ciò che colpisce della preghiera di Gesù è che non comanda l’unità ai suoi discepoli, né la pretende, ma la prega rivolgendosi al Padre celeste. Questa preghiera rivela in cosa consiste e deve consistere la ricerca ecumenica per ristabilire l’unità alla luce della fede. L’ecumenismo cristiano non può essere altro che l’adesione di tutti i cristiani alla preghiera sacerdotale del Signore e diventa tale quando i cristiani sentono, nel loro essere più profondo, un forte desiderio di unità. Se l’ecumenismo non si limita a una dimensione interpersonale e filantropica, ma ha un’ispirazione e una base veramente cristologica, non può essere altro che la partecipazione alla preghiera sacerdotale di Gesù. Il significato più profondo dell’ecumenismo spirituale come ecumenismo cristologico è che tutti noi ci lasciamo coinvolgere nel movimento di preghiera al Padre celeste rivolto da Gesù, diventando così una cosa sola. La dimora interiore dell’unità cristiana non può che essere la preghiera di Gesù.

L’importanza duratura del Consiglio

Se teniamo presenti questi diversi aspetti della confessione cristologica del Concilio di Nicea, la necessità di celebrare il suo 1700° anniversario nella comunione ecumenica tra tutte le Chiese cristiane e di riscoprire e dare un valore rinnovato alla sua confessione di fede in Gesù Cristo, emerge chiaramente come un importante imperativo per l’ecumenismo di oggi. Questo è necessario anche per un’altra ragione. Se guardiamo con onestà al contesto attuale della fede alle nostre latitudini, dobbiamo riconoscere che ci troviamo in una situazione simile a quella del IV secolo, perché stiamo assistendo a una potente rinascita delle tendenze ariane.

Già negli anni ’90, il cardinale Joseph Ratzinger aveva riconosciuto in un “nuovo arianesimo” la vera sfida del cristianesimo contemporaneo. Lo spirito dell’arianesimo è percepibile soprattutto nel fatto che, ancora oggi, molti cristiani sono sensibili a tutte le dimensioni umane della figura di Gesù di Nazareth, ma hanno problemi con la confessione cristologica che Gesù di Nazareth è l’unico Figlio del Padre Celeste, e quindi con la fede cristologica della Chiesa. Oggi, anche nella Chiesa e nell’ecumenismo, è spesso molto difficile percepire nell’uomo Gesù il volto di Dio stesso e confessarlo come Figlio di Dio, perché si tende a vederlo semplicemente come un essere umano, anche se estremamente buono ed eccezionale.

Ma se Gesù, come molti cristiani oggi credono, fosse solo un uomo vissuto duemila anni fa, sarebbe irrimediabilmente relegato nel passato e solo la nostra memoria umana potrebbe riportarlo al presente, più o meno chiaramente. In questo caso, Gesù non potrebbe essere l’unico Figlio di Dio in cui Dio stesso è presente in mezzo a noi. Solo se è vera la confessione della Chiesa che Dio stesso si è fatto uomo e che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo e quindi partecipa alla presenza di Dio, che abbraccia tutti i tempi, possiamo confessarlo oggi come “consustanziale al Padre”.

La fede cristiana di oggi dipende dalla confessione cristologica del Concilio di Nicea. Trattare di questo Concilio è quindi importante, non solo dal punto di vista storico. Inoltre, il suo credo è ancora attuale, non da ultimo per quanto riguarda lo stato attuale della fede. E far rivivere la sua confessione cristologica è una sfida che deve essere raccolta nella comunione ecumenica.

La ricerca di una data comune per la Pasqua

Il Concilio di Nicea è importante anche dal punto di vista ecumenico perché, oltre alla confessione cristologica, si occupò di questioni disciplinari e canoniche che, esposte in venti canoni, forniscono una buona panoramica dei problemi e delle preoccupazioni pastorali della Chiesa all’inizio del IV secolo. Tali questioni riguardano il clero, alcuni conflitti di giurisdizione, casi di apostasia, la situazione dei Novaziani, i cosiddetti “puri” e i seguaci di Paolo di Samosata.

La questione pastorale più importante era quella della data della Pasqua, che dimostra che era già controversa nella Chiesa primitiva e che esistevano diverse date: soprattutto in Asia Minore, i cristiani celebravano la Pasqua in concomitanza con la Pasqua ebraica, il 14 Nissan, ed erano quindi conosciuti come quartodecimani. Al contrario, i cristiani conosciuti come Protopaschiti, soprattutto in Siria e Mesopotamia, celebravano la Pasqua la domenica successiva alla Pasqua ebraica. Alla luce di questa situazione, il Concilio di Nicea ha il merito di aver trovato una norma uniforme, espressa nella“Lettera agli Egiziani”: “Vi avvertiamo inoltre che la disputa sul giorno in cui si deve celebrare la festa di Pasqua è stata felicemente risolta con l’aiuto delle vostre preghiere“. Questo significava che la Pasqua doveva essere celebrata secondo l’usanza romana.

Nella storia del cristianesimo, una nuova situazione si presentò nel XVI secolo, quando Papa Gregorio XIII introdusse una riforma fondamentale del calendario, introducendo quello che divenne noto come calendario gregoriano, che prevede la celebrazione della Pasqua la domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Da allora, le Chiese occidentali calcolano la data della Pasqua in base a questo calendario, mentre le Chiese orientali utilizzano ancora in gran parte il calendario giuliano, che fu anche la base del Concilio di Nicea.

Sebbene nel frattempo siano state discusse varie proposte per una data comune per la Pasqua, la questione non è ancora stata risolta. Il Concilio Vaticano II aveva già affrontato questa urgente sfida pastorale in un’appendice alla Costituzione sulla Sacra Liturgia“Sacrosanctum Concilium”, promulgata nel 1963, affermando di considerare“di grande importanza i desideri di molti a favore della fissazione della festa di Pasqua in una determinata domenica e della stabilizzazione del calendario”. Il Concilio si dichiarò favorevole a“fissare la festa di Pasqua in una particolare domenica del calendario gregoriano, con l’assenso di coloro ai quali questa questione è importante, specialmente i fratelli separati dalla comunione con la Sede Apostolica“. Papa Francesco ha mostrato lo stesso spirito di apertura in diverse occasioni.

Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea offre un’opportunità speciale per rivisitare la questione della data della Pasqua, soprattutto perché nel 2025 cadrà nello stesso giorno, il 20 aprile, sia per le Chiese orientali che per quelle occidentali. È quindi comprensibile che la comunità ecumenica abbia risvegliato il desiderio di cogliere il grande anniversario del Concilio come un’opportunità per riprendere e intensificare gli sforzi per trovare una data comune per la Pasqua.

Stile sinodale

Da un punto di vista ecumenico, il Concilio di Nicea è particolarmente importante anche perché documenta il modo in cui l’allora acceso dibattito sulla confessione cristologica ortodossa e la questione pastorale e disciplinare della data della Pasqua furono discussi e decisi in stile sinodale. Lo storico della Chiesa Eusebio di Cesarea, che fu egli stesso uno dei padri conciliari e che considerò il Concilio di Nicea come una nuova Pentecoste, sottolineò espressamente che i primi servitori di Dio riuniti al Concilio provenivano“da tutte le Chiese d’Europa, d’Africa e d’Asia”. Il Concilio di Nicea può quindi essere visto come l’inizio, a livello di Chiesa universale, del modo sinodale di discutere i problemi e prendere decisioni.

Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea dovrebbe quindi essere visto anche come un invito e una sfida a imparare dalla storia e ad approfondire il pensiero sinodale, ancorandolo alla vita della Chiesa. L’attuale rivitalizzazione della dimensione sinodale della Chiesa non sembra essere nuova; piuttosto, può essere collegata alle tradizioni sinodali della Chiesa primitiva. Già il famoso Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo spiegava che “Chiesa” è un nome“che indica un cammino comune” e che Chiesa e Sinodo sono quindi“sinonimi”.

Possiamo anche imparare molto gli uni dagli altri nei dialoghi ecumenici, poiché la sinodalità si è sviluppata in modi diversi nelle varie Chiese e comunità ecclesiali. Lo hanno dimostrato, ad esempio, i colloqui ecumenici internazionali organizzati dall’Istituto di Studi Ecumenici della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in preparazione al Sinodo dei Vescovi sui concetti e le esperienze di sinodalità nelle Chiese cristiane d’Oriente e d’Occidente. Questi colloqui sono stati intitolati rispettivamente “Ascoltare l’Oriente” e “Ascoltare l’Occidente”. Questi incontri hanno dimostrato in modo significativo che la Chiesa cattolica può essere arricchita dal pensiero teologico e dalle esperienze di altre Chiese nei suoi sforzi per ravvivare uno stile di vita sinodale e rafforzare le sue strutture, e che l’approfondimento della dimensione sinodale nella teologia e nella pratica della Chiesa cattolica rappresenta un importante contributo che la Chiesa può dare ai dialoghi ecumenici, anche in vista di una migliore comprensione dello stretto legame tra sinodalità e primato.

La dimensione ecumenica della sinodalità è stata particolarmente sottolineata anche durante l’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi. Papa Francesco ha ripetutamente ricordato l’interdipendenza tra sinodalità e cammino ecumenico, affermando che il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa cattolica deve essere ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale. Il modo in cui la sinodalità viene presentata e discussa nella Chiesa cattolica fa quindi parte di una prospettiva ecumenica.

L’autorità della Chiesa e dello Stato

Tuttavia, c’è una differenza fondamentale tra gli attuali sforzi per rivitalizzare la sinodalità e il Concilio di Nicea che non dovrebbe essere trascurata. A prima vista può sembrare insignificante, ma la sua importanza diventa particolarmente evidente se vista da una prospettiva ecumenica. Il fatto storico è che il Concilio di Nicea fu convocato da un’autorità statale, più precisamente dall’imperatore Costantino. Costantino vedeva la disputa scoppiata sulla confessione cristologica come una grave minaccia al suo piano di consolidare l’unità dell’impero sulla base dell’unità della fede cristiana. Vedeva la possibilità di un’imminente divisione della Chiesa soprattutto come un problema politico. Tuttavia era abbastanza lungimirante da capire che l’unità della Chiesa doveva essere risolta non in modo politico, ma in modo ecclesiastico e teologico. Per riconciliare le comunità allora in conflitto, convocò il primo Concilio Ecumenico nella città di Nicea in Asia Minore, vicino alla residenza imperiale di Nicomedia.

Una delle sfortunate conseguenze di questo approccio è che dopo Costantino, gli imperatori, in particolare suo figlio Costanzo, perseguirono risolutamente una politica di allontanamento dal credo del Concilio di Nicea, promuovendo nuovamente l’eresia di Ario. Ciò significa che la decisione del Concilio di Nicea non pose fine al dibattito sulla compatibilità tra la professione di fede nella divinità di Gesù Cristo e la convinzione monoteistica del IV secolo, ma riaccese la controversia sulla natura di Gesù Cristo come appartenente a Dio o alla Creazione. Questi sviluppi spinsero Basilio, il famoso vescovo di Cesarea, a paragonare la situazione successiva al Concilio di Nicea a una battaglia navale notturna in cui tutti combattono contro tutti, concludendo che le controversie conciliari avevano dato origine all’interno della Chiesa a“terribile disordine e confusione” e a“incessanti chiacchiere”.

Da un punto di vista ecumenico, è importante notare che come risultato di questo contesto storico, sono emerse diverse concezioni del rapporto tra Chiesa e Stato all’interno della Chiesa d’Oriente e della Chiesa d’Occidente. Quest’ultima ha dovuto imparare da una storia lunga e complessa che il modo appropriato per modellare la sua relazione con lo Stato era quello di garantire una separazione tra i due, pur mantenendo una partnership. Nella Chiesa d’Oriente, invece, si è diffuso il modello di uno stretto legame tra il governo statale e la gerarchia ecclesiastica. Generalmente definito come“sinfonia tra Chiesa e Stato“, questo modello è particolarmente evidente nei concetti ortodossi di autocefalia e territorio canonico.

Le diverse tradizioni riguardanti il modo in cui si configurano le relazioni tra Chiesa e Stato si sono spesso verificate nel contesto dei conflitti che sono sorti nel corso della storia tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Hanno anche avuto un impatto significativo sulle relazioni ecumeniche. Tuttavia, finora sono stati tra gli argomenti meno discussi nei dialoghi ecumenici. Sarà quindi fondamentale inserirli in cima all’agenda ecumenica, soprattutto in vista dell’importante anniversario del Concilio di Nicea nel 2025.

Ecco perché il 1700° anniversario del Concilio di Nicea rappresenta non solo una fruttuosa opportunità per rinnovare, nella comunione ecumenica, la professione di fede in Gesù Cristo, il Figlio consustanziale al Padre, ma anche un’importante sfida, ovvero quella di affrontare e discutere con chiarezza le questioni del passato che, pur essendo ancora aperte, non sono state sufficientemente affrontate nei dibattiti ecumenici svoltisi finora. Se le opportunità e le sfide saranno messe sullo stesso piano, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea potrebbe davvero rivelarsi un importante punto di svolta per il futuro dell’ecumenismo.

Le nostre ultime notizie